Per definizione un paese cade in recessione quando la variazione del suo PIL (Prodotto Interno Lordo) rispetto all'anno precedente è negativa. Le conseguenze sono devastanti: disoccupazione endemica (soprattutto giovanile), inasprimento dei conflitti sociali, politiche economiche di austerità, destabilizzazione socio-politica con inevitabili rigurgiti nostalgici di matrice estremistica.
La pessima congiuntura economica che il nostro Paese sta attraversando, rappresenta la cartina di tornasole del fallimento del modello di sviluppo neoliberista e selvaggiamente bancario-capitalistico, nonostante i nostri banchieri-politici, sostenuti da una (dis)informazione giornalistica a loro totalmente asservita, facciano di tutto per farci credere il contrario. Modello di sviluppo il cui imperativo categorico, la sua conditio sine qua non, è la crescita costante e all'infinito del PIL.
Ma con la crescita del PIL aumenta anche il benessere e la qualità della nostra vita? Assolutamente no. Ecco perché, paradossalmente, la recessione possiede in sé qualcosa di provvidenziale. Essa ci obbliga, infatti, a mettere criticamente in discussione il sistema economico vigente e al contempo ad elaborare un nuovo e alternativo modello di sviluppo che necessariamente ponga il benessere dell'individuo, umanisticamente e frommianamente inteso, al centro di se stesso.
Se vogliamo "vivere" non ci resta che tentare.
Emiliano Lazzeri

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